I nostri banchetti nei mercati

Stadio:
Sabato 1, 8, 15, 22, 29 ottobre dalle 9.30 alle 12.30
Saval:
Venerdì 14 e 21 dalle 10.00 alle 12.00

giovedì 31 luglio 2008

Norma anti-precari: ON. Federica Mogherini (PD), l’opposizione si organizza anche in rete

Passa anche per internet l’opposizione alla norma anti-precari decisa dalla maggioranza.

E si avvale di tutte le potenzialità del web 2.0.

Su Facebook (http://www.facebook.com/group.php?gid=69285370053&ref=nf) è nato un gruppo dedicato proprio alla cancellazione della norma anti precari.

Sarà perché i "naviganti" sono spesso giovani, e quindi diretti interessati, in meno di 48 ore il gruppo ha ricevuto trecento adesioni, incluse quelle di parlamentari del PD: Federica Mogherini, Achille Passoni, Roberto Morassut, Antonio Misiani.

Perché proprio la rete? A spiegarlo è la nota di presentazione:

“Il colpo di mano con cui la maggioranza ha introdotto in aula la norma anti-assunzione dei precari va fermato subito. È la furbata di chi spera che con l’arrivo dell’estate non ci si possa organizzare per protestare adeguatamente e che a settembre la cosa sia ormai digerita. Allora, proviamo a organizzare la protesta dalla rete, dai blog, dai forum, dai social network.”
“Con le vacanze ormai iniziate il governo sperava forse di far passare sottotraccia questa norma vergognosa” – dichiara Federica Mogherini, deputata del PD, che è stata una delle prime ad aderire all’iniziativa – “ma si sbagliano di grosso. Sarà per la crisi che riduce il tempo delle vacanze vere e proprie, sarà perché ormai si può stare on-line anche fuori casa o ufficio, certo è che la norma anti-precari sta suscitando un vero putiferio in rete. Si tratta di persone di diverso colore politico che si ritrovano insieme per una giusta causa, ed utilizzano uno strumento veloce e per nulla virtuale per manifestare il proprio dissenso.”

“Mi pare” - conclude la Mogherini – “una chiara indicazione al Governo: non può più contare sul silenzio dei precari. Consideriamo che il passo indietro fatto oggi sia per i precari una piccola vittoria, ma ci vuole ben altro per evitare che l'autunno sia piuttosto movimentato.”

martedì 29 luglio 2008

I Centri Commerciali ci fanno veramente risparmiare ?

Per capire i fenomeni sociali occorre quasi sempre andare a ritroso nel tempo , pertanto , superato il primo ”uffa” , forse un po’ di interesse penso si possa trovare nelle righe seguenti . Circa trent’anni fa esistevano in Italia più di centomila negozi di genere alimentari , un sistema distributivo arcaico e polverizzato , che non poteva offrire prezzi competitivi e assortimenti adeguati ai tempi moderni , ci dicevano .
Cominciarono così a nascere i primi supermercati , subito incalzati da ipermercati e centri commerciali : offerte speciali , assortimenti vasti , con novità continue e allestimenti sempre più accattivanti !
E cominciarono a morire i piccoli negozi , quelli della”siora Maria” per intenderci ; oggi ne restano meno di un terzo concentrati nei piccolissimi centri , soprattutto al sud . Poiché si trattava prevalentemente di conduzioni familiari ed il processo si sviluppò lentamente , riassorbire più di 200.000 lavoratori non fu difficilissimo , ma chi visse il fenomeno sulla propria pelle forse avrebbe qualche rimostranza da fare .
Così , sull’esempio della Francia , leader mondiale del settore , cominciammo ad avere anche noi sempre più gigantesche strutture , per lo più collocate in periferia o fuori città , dove si và in auto, all’andata vuota , al ritorno colma di tutto quello che può servire alla famiglia moderna , a volte c’è anche parecchio superfluo , ma è la modernità che avanza .
Oggi non possiamo più acquistare due lampadine e mezzo chilo di pomodori , che necessitano urgenti , dobbiamo diligentemente preparare un listone , salire in auto , farci i nostri 5-10 chilometri e la fila per il parcheggio , perdere due-tre ore , lavorare per riempire il carrello , svuotare il carrello sul nastro della cassa , riempire le sporte , pardon Shoppers , caricarle in auto , portarle in casa e sistemare il tutto . nella dispensa , nel frigorifero, nel freezer , in cantina . Ma chissà che bel risparmio! Se ci fosse ancora la siora Maria , da lei di sicuro spendevo il doppio !
Certo il comune o la provincia hanno dovuto modificare la viabilità , abbiamo prodotto un bel po’ di smog con la nostra auto , che tra una cosa e l’altra ( carburante , costo iniziale , manutenzioni ) costa esageratamente cara , un esercito di piccoli commercianti si è dovuto riciclare sul mercato del lavoro , la nostra cara zia , che non ha l’automobile , ogni tanto dobbiamo accompagnarla , perché anche lei deve far la spesa . A proposito e gli anziani che non hanno parenti disponibili come se la sbrogliano ? Autobus per i centri commerciali non ce ne sono ,boh , qualcuno ci penserà ! forse i servizi sociali del comune , tanto sennò cosa fanno ?
I piccoli commercianti si sono forse riciclati , chi gli aveva dato in locazione il negozio comincia ad attaccare speranzoso il cartello “affittasi “sulle vetrine , il falegname , l’elettricista , il frigorista di lavoro ne hanno sempre ( è sperabile …) .Mi domando come mai queste categorie abbiano sempre votato centro-destra …..non è che hanno equivocato il termine “conservatore” ? magari pensavano che i partiti di destra gli avrebbero “conservato” il lavoro , ma non avevano fatto i conti con il MERCATO !
Chissà perché da un po’ di tempo non se ne parla più di questo Mercato , che sia perché”globalizzato”piace meno ?
Intanto a noi , collettività , restano i costi sociali , da pagare con mancata riduzione delle tasse , salari e pensioni sempre più inadeguati , aria irrespirabile .
Ma abbiamo tanti bei centri commerciali , l’imbarazzo della scelta è il nostro nuovo problema !

Lorenzo Dalai

“CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI DI ‘ CONTRATTO DI QUARTIERE II’?”.

“In tempi di vacche magre come questo, dove l’emergenza abitativa sta assumendo contorni sempre più preoccupanti, è inaccettabile che il Comune di Verona faccia calare il silenzio sull’esistenza di un pacchetto di finanziamenti pari 21 milioni di euro, destinati al settore dell’edilizia pubblica ma di cui non c’è più traccia di utilizzo”.
La denuncia viene dal consigliere regionale del Partito Democratico, Franco Bonfante, e dall’esponente del PD cittadino, Antonio Ramella, in riferimento alle risorse messe a disposizione per la realizzazione di opere di risanamento del quartiere della città scaligera denominato “Contratto di quartiere II”.
Tra queste l’abbattimento o la ristrutturazione di vecchie abitazioni inagibili risalenti agli anni ’50 costruite dall’Ing. Dall’Oca Bianca e la costruzione di nuove unità abitative destinate in parte a edilizia popolare. Fanno parte del programma di interventi anche la realizzazione di una nuova piazza, la ristrutturazione di un teatro e di una scuola materna, e la destinazione ad attività socio-culturali di un nucleo di vecchie abitazioni.

“Un progetto ampio e ben articolato – spiegano Bonfante e Ramella – che era stato predisposto ancora dalla precedente amministrazione comunale scaligera, in accordo con A.G.E.C. (Azienda Gestione Edifici Comunali Verona), ma che adesso il sindaco Tosi e la sua giunta hanno messo in discussione, arrestando ogni avvio degli interventi non ancora iniziati.
Eppure i soldi sono già stati stanziati, con Comune e A.G.E.C. che vi partecipano con oltre 11 milioni di euro, mentre gli altri contributi, approvati rispettivamente nel 2001 e nel 2003, vengono dal Ministero alle Infrastrutture (6,5 milioni) e dalla Regione Veneto (3,5 milioni)”.

In questi giorni Antonio Ramella, che è appartenente al circolo ‘Enzo Biagi’, ha dato concreta ispirazione all’avvio di “una raccolta di firme che vede impegnato il PD veronese - spiega lo stesso Ramella - per spingere l’amministrazione cittadina a sbloccare la situazione”.
E al contempo, con la presentazione di una interrogazione ad hoc, il consigliere Bonfante coinvolge direttamente nella questione la Giunta regionale “visto che una parte di risorse pubbliche viene dalla Regione Veneto. Per questo chiediamo che la Giunta si attivi per la conferma del progetto e per l’ultimazione delle opere previste e che, immediatamente, verifichi se e come sono stati impiegati gli stanziamenti”.

Gessica Marchesini, la prima iscritta

È Gessica Marchesini, del circolo della 7^ Circoscrizione di Verona , la prima iscritta al Partito Democratico di Verona. Riceverà la tessera domani mattina nel corso di una conferenza stampa direttamente dal Coordinatore Provinciale Giandomenico Allegri. La stagione del tesseramento, dunque, prende il via anche nella Provincia di Verona.

Gessica ha 19 anni e si è appena diplomata conseguendo la maturità scientifica. Ora intende iscriversi all’università presso la facoltà di medicina. Impegnata nel sociale, è la prima volta che si iscrive ad un partito politico. Si è avvicinata al PD nella recente stagione costituente, candidandosi e risultando eletta al coordinamento del circolo di San Michele-Verona.



L’iscrizione al PD implica diritti e doveri.



Gli iscritti hanno, tra gli altri, il diritto a partecipare all’elezione diretta dei segretari e delle assemblee a tutti i livelli del partito; a essere consultati sulla scelta delle candidature a qualsiasi carica istituzionale elettiva; a partecipare alla formazione della proposta politica del partito e alla sua attuazione; a essere compiutamente informati ai fini di una partecipazione consapevole alla vita interna del partito; ad avanzare la propria candidatura per gli organismi dirigenti ai diversi livelli e sottoscrivere le proposte di candidatura per l’elezione diretta da parte di tutti gli elettori; a sottoscrivere le proposte di candidatura a ricoprire incarichi istituzionali e a candidarsi a ricoprire incarichi istituzionali.



Gli iscritti hanno anche dei doveri, tra cui: partecipare attivamente alla vita democratica del partito; contribuire al finanziamento del PD versando con regolarità la quota annuale d’iscrizione; favorire l’ampliamento delle adesioni al partito e della partecipazione ai momenti aperti a tutti gli elettori.



La tessera numero 1 sarà consegnata domani 29 luglio nel corso di una conferenza stampa dedicata alla presentazione del tesseramento, che si terrà alle ore 12.00 presso la sala del Liston 12 in piazza Brà a Verona.

Tangenziale a pagamento (di Franco Bonfante)

Carissime/i,



in questi giorni è stato presentato il progetto di realizzazione di una nuova Autostrada, da Peschiera a Padova, che ingloberà anche la tangenziale sud di Verona. Pochi giorni prima della presentazione è stata convocata una riunione con gli amministratori ed i Dirigenti del PD dei comuni interessati dal tracciato. In collaborazione con il Consigliere provinciale D'Arienzo abbiamo presentato, in tale riunione, una prima analisi, cercando di evidenziare gli aspetti positivi e quelli negativi dell'opera, avvalendoci del materiale faticosamente reperito in Regione.
Gran parte degli interventi hanno messo in rilievo la prevalenza degli aspetti negativi rispetto al fatto positivo dello sgravio del traffico dalla A4, il cui traffico effettivamente è in continua crescita.

Cerco di sintetizzare in pochi punti le critiche emerse nella riunione del PD (che in gran parte condivido):

1) tutte le aree interessate godono già di una forte infrastrutturazione: passa già l'Autostrada A4, in qualche comune anche la A22, è prevista la TAV: non si sente proprio l'esigenza di una nuova Autostrada, che, semmai, a rafforzamento del corridoio 5, poteva essere prevista in altre zone della Provincia che da anni chiedono un asse stradale importante (ad esempio la Mediana Nogarole - Isola - Bovolone - Oppeano - Belfiore - San Bonifacio);

2) La tangenziale sud oggi non è a pagamento. Con l'assorbimento nell'Autostrada lo diverrà. Sicuramente sarà prevista l'esenzione per alcuni anni (10 o 15) dei residenti, ma solo dei comuni in cui passa il tracciato? E tutti gli altri della Provincia che utilizzano la tangenziale per lavoro, studio affari, tutti i giorni (vedi Villafranca, Povegliano, il basso veronese che si serve della SS 434 transpolesana per immettersi nella tangenziale, parte della Valpolicella)?

3) Il pedaggio è caro (più di un euro ogni 10 km per le auto e 1,66 euro per i camion al 2006, già ci possiamo immaginare al 2014, quando si pensa entri in funzione)

4) Il traffico alle porte di Verona e della cintura urbana aumenterà considerevolmente e anche l'inquinamento;

5) Una parte del traffico, inevitabilmente si sposterà sulle strade urbane per evitare il pedaggio. Credo che, se il PD confermerà la propria posizione critica, occorra informare correttamente la popolazione veronese e prendere adeguate iniziative, sia a livello di Consigli Comunali (non solo dei comuni direttamente interessati) che esterne. A tal fine, se l'esecutivo e l'assemblea del partito saranno d'accordo, si potrà predisporre la necessaria documentazione.



Vi allego alcune considerazioni di massima predisposte con Vincenzo D'Arienzo e una rassegna stampa sull'argomento, che dimostra, peraltro, come l'azione al riguardo è tutt’altro che facile (in un articolo veniamo addirittura definiti dei detrattori.)


Cordiali saluti



FRANCO BONFANTE

lunedì 28 luglio 2008

AMPLIAMENTO CAVA BERTACCHINA (Carla Padovani)

Nel Consiglio Comunale del 24 luglio è stato approvato, con 25 voti a favore (tutta la maggioranza compatta), e 10 voti contrari ( tutto il PD e Verona Civica) , il parere favorevole all’ampliamento della cava Bertacchina.
L’impressione forte di questo voto è la valenza politica, in quanto tutta la maggioranza ha fatto quadrato intorno all’assessore all’ambiente, di AN, Federico Sboarina, proponente la delibera, nonostante molti consiglieri, in separata sede, dichiaravano la loro contrarietà o il loro voto di astensione!
Per capire meglio la portata di questo voto ne racconto un po’ l’iter.
La cava Bertacchina è stata autorizzata per l’escavazione di ghiaia e sabbia, nel 1980, antecedente la legge Regionale n.44 che regola l’attività di cava, del 1982. Il volume autorizzato è poco meno di 1 milione di mc . Poiché l’autorizzazione ha un limite di tempo, nel corso degli anni è stata più volte prorogata.
Accanto ad attività di escavazione è stata autorizzata anche una discarica del II gruppo e cioè inerti( materiali edili).
Nel settembre del 2003 è stata richiesta una ulteriore proroga che è , a detta della Regione, ancora in itinere per carenza di personale!.

E’ da notare, sempre a detta degli uffici regionali, e precisamente nella persona del responsabile delle attività di cava, l’ing. Costantini, che una cava si può ritenere ancora in attività se è presente attività di escavazione o ricomposizione ambientale.
In altre parole, nonostante siano ormai 30 anni che la cava è aperta, e quindi sicuramente esaurita, e quindi 30 anni che esiste una ferita aperta sul territorio ( andare per credere), la cava è “attiva “.
Questo passaggio è fondamentale perché, sempre la L.R n. 44/ 82, all’art.44 afferma che si può concedere un ampliamento del 30%, rispetto all’originaria autorizzazione ( del 1980!), se la cava è attiva. Ma non è finita lì perchè, sempre la legge, permette ulteriori ampliamenti ( senza darne i limiti), previa una ricomposizione ambientale ( e su come deve essere la ricomposizione è tutto da vedere). In altre parole, a mio avviso, potrebbe verificarsi la situazione per cui si attiva il meccanismo: ampliamento, discarica e quindi ricomposizione, ampliamento, e così via ,tutto questo senza limiti…Oppure una ricomposizione “ blanda” e cioè ricoprire la cava di uno strato di terra di poche decine di centimetri e poi si inizia a riscavare! Il pericolo è reale in quanto da più parti si dice che circa 250/300 campi a ridosso della cava sono stati acquistati da una persona la cui attività e proprio quella di cava di ghiaia e sabbia.

Il problema che si pone, come più volte ho sottolineato in consiglio comunale, non è tecnico, come continuava a ribadire l’assessore, ma politico amministrativo e cioè la visione dell’amministrazione del futuro di questa parte di territorio che va dalla Croce Bianca al Basson: vogliamo una vera “ riqualificazione paesaggistica” dell’area, come recitano del resto le norme urbanistiche collegate al PAQE, o vogliamo che per altre decine di anni su quel territorio si apra di fatto una seconda cava Casona ( visto che questa si sta per esaurire) col rischio anche di discariche ( c’è già una autorizzazione). Teniamo presente che il territorio ovest è da decine di anni soggetto a cave , circa l’80% di tutte le cave autorizzate che insistono sul comune di Verona, si trovano in questa zona. L’assessore stesso mi diceva che questa è un’ottima area a livello estrattivo perché consente, visto che le falde acquifere sono profonde, di scavare in profondità , come del resto già è successo con la cava Casona che è profonda circa 25 metri. E’ chiaro a mio avviso che anche l’attività di escavazione ha la sua esigenza d’essere, ma il processo va regolamentato, e non lasciato di fatto solo in mano a privati senza un’attenzione al territorio e ai suoi abitanti! I cittadini di San Massimo che vantaggio hanno tratto dalla cava Speziala e Casona? Nessuno, solo notevoli disagi. Eppure la legge regionale dice che l’attività di escavazione del gruppo A ( ghiaia e sabbia), provoca un “ elevato consumo di territorio” ( non serve che lo rimarchi la legge, basta andare a vedere la cava Casona!).

La percezione che ho avuto, basata sull’iter tortuoso di questa delibera, che alla fine ha avuto un compattamento molto deciso, ad opera soprattutto della Lega Nord, oltre che di AN, è che questa delibera non conteneva solo un parere su un ampliamento che comunque la Regione avrebbe autorizzato ( come la maggioranza rassegnata diceva) ma è stato un forte messaggio politico e una chiara presa di posizione.
A conferma di questo basti pensare che un ordine del giorno che ho presentato, in cui si invitava l’amministrazione a non concedere ulteriori futuri ampliamenti, rispetto a questo, è stato bocciato dalla maggioranza . Così pure c’è stato un “ fuggi-fuggi” dei consiglieri di maggioranza, su ordine della capogruppo della Lega Nord, Barbara Tosi, per far mancare il numero legale, su un altro ordine del giorno del PD, in cui si invitava l’amministrazione a farsi parte attiva presso la Regione affinché venga ridimensionata un’area a ridosso della cava Bertacchina di più di 500000 mc, che il Piano Regionale dell’Attività di Cava ( approvato dalla Giunta regionale alla fine del 2003 e che deve completare il suo iter in Consiglio regionale) prevede come Ambito Territoriale Estrattivo. Questo è tanto più vergognoso quanto più lo stesso sindaco Tosi in una affollata assemblea al Basson ad una domanda specifica, aveva affermato che per quanto riguarda l’ampliamento, questo era un atto dovuto ( anche se la legge prevede una possibilità non un obbligo…), mentre se dovesse avanzare quest’area estrattiva così ampia lui si sarebbe attivato per ridurla! Si commenta da solo.

Altre cose si potrebbero aggiungere. Il PD è stato molto compatto e chiarissimo su questa battaglia che si è svolta in Consiglio Comunale, con interventi molto puntuali ed argomentati.
La cosa però che fa riflettere è il silenzio assordante della stampa che pur è stata presente al dibattito in consiglio. L’unico spazio che la stampa ha dato è stato per mettere in risalto una falsa e strumentale colpa che ha dato l’assessore Sboarina alla scorsa amministrazione ( su questo punto sono disponibile per chiarimenti).

In conclusione si possono fare tre osservazioni:

1. Il territorio ad ovest di Verona è da tenere sotto stretta sorveglianza, perché vi gravitano futuri grossi interventi e quindi notevoli interessi: strada di gronda, attività estrattive, area del seminario, eventuale recupero cava Casona, parcheggi scambiatori, attività “ fuori zona”, recupero del forte, recupero cava Speziala ( già l’assessore all’ambiente ha detto che lì ci sono solo “ quattro” alberi di poca importanza …), raddoppio linea Brennero ( quale è la posizione dell’amministrazione attuale? E’ sempre quella di dare la colpa all’amministrazione passata per ciò che fa comodo, mentre per ciò che le interessa prende posizioni ben diverse come su Verona Sud). Non va dimenticato inoltre che questa amministrazione, avendo fatto sopprimere la “ linea rossa” e cioè il limite fisico di espansione nel Pat anche a ovest di Verona, fa sì che questa espansione sarà a discrezione sua mentre il Piano degli Interventi del sindaco sta facendo passi da gigante…

- La seconda è che questa amministrazione sta stendendo una cortina “ fumogena” sulla nostra città costituita da prese di posizione che distraggono e “ fuorviano” la gente comune, come la lotta contro i rom, gli stranieri, le multe a chi mangia, a chi fuma, le panchine anti “ barbone”, insomma la lotta al “ diverso “ da noi, dietro cui nascondere forti interessi.

- La terza è che seguendo tutto il dibattito in commissione e poi in consiglio comunale su questo ampliamento si può affermare che la stampa nella nostra città purtroppo spesso è “ asservita” al potere e agli interessi e che non è una stampa veramente libera e a servizio dell’informazione al cittadino e alla verità.

mercoledì 23 luglio 2008

Problema in commissione

Purtroppo devo ritornare ancora sulla problematica riguardante le
assenza dei nostri Commissari (anche non giustificate) alle
Commissioni
Permanenti di Lavoro.
Ieri sera 22/07 ho partecipato come
uditore alla
Commissione Sicurezza che al punto uno dell'O.d.G. ha
trattato "Tutela
della salute e sicurezza dei quartieri" presentata
dal cons. Adami
Sergio di AN.
Contenuto della proposta:superamento
della legge Merlin
individuazione nella nostra Circoscrizione di "Zone
Rosse" dove
confinare la prostituzione.
Con i soli tre commissari
presenti ho
concordato interventi per sottolineare che problematiche
di questo
genere non sono sicuramente competenza di una Commissione
di
Circoscrizione.
Un presidente di Commissione "ACCORTO" (non Pomari
Dario della Lega) avrebbe solo affrontato il problema senza arrivare
ad una votazione, rimandando ad altre sedi le competenze.
Risultato
della votazione: maggioranza favorevoli 7, contrari minoranza 3 più 1
(Testi UDC), se tutti i nostri 6 Commissari fossero stati
presenti..................
In sala era presente il giornalista Alessio
Pisanò, al quale ho cercato di presentare il nostro punto di vista,
vedremo cosa ne uscirà.

Ciao a tutti Sergio Carollo

domenica 20 luglio 2008

Riunione di generazione democratica.

Sabato 19 luglio a Quinzano i “giovani democratici” del comune di Verona si sono riuniti per eleggere un ragazzo che entrerà nel coordinamento comunale “senior” (di Amaini) e un ragazzo che sarà il coordinatore dei giovani democratici del comune di Verona. Le due persone, Giacomo Marani e Federico Benini, rispettivamente per coordinamento cittadino e coordinamento giovanile sono state votate all’unanimità. Il primo si è impegnato ad essere non solo il referente tra esecutivo comunale e “generazione democratica”, ma a dare spazio alle sensibilità dei giovani nella politica cittadina con strumenti che possano offrire la partecipazione come vero mezzo di confronto.
Federico Benini ha proposto di trovare un referente under 22 per ogni circoscrizione, che collabori con i singoli circoli e possibilmente con i consiglieri appartenenti a “generazione democratica”. L’obiettivo è di creare una nuova rete di giovani che sia presente e attiva sul territorio. Per chi fosse interessato ad iscriversi a "gd" contattare Federico Benini al numero 349/8522708.
Auguriamo a tutti buon lavoro.

martedì 15 luglio 2008

Salva l'Italia, firma anche tu

“Salva l'Italia!”. S'intitola così la petizione che il Partito Democratico ha promosso e che partirà dal fine settimana per concludersi il 25 ottobre, in occasione della manifestazione nazionale indetta dal partito. La
petizione ha al centro due questioni: la difesa delle regole democratiche contro le forzature e le leggi sbagliate del governo; la lotta per far ripartire l'Italia, cominciando da stipendi e pensioni.
Il governo si occupa del Premier e ignora stipendi e pensioni.
Siamo preoccupati per l’Italia. Il nostro è un Paese fermo, che non cresce. Milioni di famiglie italiane sono e si sentono sempre più povere, soprattutto quelle a reddito fisso spendono troppo per vivere e fanno fatica a far quadrare i conti alla fine del mese. Invece di pensare a come uscire da questa crisi, invece di tutelare i risparmi e il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani, invece di impegnarsi a garantire la loro sicurezza, il governo Berlusconi si preoccupa solo
delle vicende personali del premier, riportando il Paese al tempo dei conflitti istituzionali, delle leggi ad personam e della confusione tra interessi privati e cosa pubblica.

Il governo contro i diritti, la giustizia, la Costituzione•
Il primo provvedimento del governo è stato il tentativo, fallito grazie alle opposizioni, di salvare Rete4 dalle sentenze europee.
• Il governo vuole introdurre il reato di immigrazione clandestina. In questo modo centinaia di migliaia di persone, irregolari per colpa della legge Bossi-Fini ma che già lavorano come badanti, colf e operai, rischiano di essere consegnate all’illegalità.
• Per i bambini rom non integrazione e scuola, ma impronte digitali e schedatura.
• Il governo vuole togliere alle indagini sulla criminalità la possibilità di usare lo strumento prezioso delle intercettazioni telefoniche.
• Avanzando la proposta di bloccare per un anno i processi per i cosiddetti “reati minori” (crimini odiosi come l'estorsione, l'usura, il furto, lo stupro, lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di rifiuti, vari casi di omicidio colposo) il governo ha
dimostrato che pur di fermare un singolo processo in cui è imputato Silvio Berlusconi è pronto a sfasciare la macchina della giustizia e ad impedire che gravi reati siano perseguiti e chi ne é accusato possa difendersi. Per la stessa ossessiva preoccupazione, ha imposto al Parlamento di approvare in pochi giorni il “Lodo Alfano”, costituzionalmente discutibile, che sottrae in maniera automatica il Presidente del Consiglio a qualsiasi tipo di processo giudiziario che dovesse riguardarlo.
• Anche il Parlamento è sotto attacco: su una manovra di finanza pubblica di portata triennale il governo ha dimostrato l’evidente volontà di comprimere i tempi della discussione, cambiando in corsa le regole del gioco ed espropriando di fatto le Camere delle loro prerogative.

Il governo contro le famiglie•
Il governo non ha destinato un solo euro all’aumento di stipendi, salari e pensioni.
• Avevano promesso di tagliare le tasse invece aumenteranno ancora dello 0,2%: 7 miliardi di euro l'anno, circa 350 euro l'anno in più a famiglia.
• Parlano tanto di togliere ai ricchi per dare ai poveri ma il prelievo su banche, assicurazioni e imprese del settore energetico finiranno per pagarlo i cittadini con l’aumento dei prezzi. E in più i soldi che entrano allo Stato non verranno spesi per chi ha bisogno: solo 200 milioni per la “card” agli anziani (due euro al mese per chi ha una pensione inferiore a 1000 euro) sugli
annunciati 5 miliardi di entrate.
• Invece di eliminare gli sprechi e riorganizzare le pubbliche amministrazioni, il governo taglia infrastrutture, sicurezza, scuola,sanità e Mezzogiorno.
• Per gli investimenti 10 miliardi in meno.
• Per la sicurezza, dietro la demagogia di 3 mila militari nelle strade delle città, ridotte le risorse per i corpi di Polizia, con un taglio di quasi 30 mila uomini e donne nell'arco della legislatura.
• Per la scuola 8 miliardi di euro tagliati e 150 mila tra personale non docente e insegnanti in meno.
• Per la sanità altri 8 miliardi di tagli alle Regioni, che saranno costrette a reintrodurre i ticket su farmaci e prestazioni.
Non è questo il governo che il Paese merita.
Non sono queste le scelte di cui gli italiani hanno bisogno.
Non è così che l’Italia avrà crescita e giustizia sociale.

sabato 12 luglio 2008

Discussione sul DPEF 2009-2013

Si stravolgono le regole e si espropriano le prerogative del Parlamento
Il primo Documento di programmazione economico-finanziaria del Governo Berlusconi lascia irrisolta la vera emergenza. Da esso - e dalla manovra che lo accompagna - non si evince nessuna misura in favore del recupero di potere d’acquisto dei redditi fissi, ossia salari e pensioni.
Piuttosto, la macchinosità delle procedure e lo stravolgimento delle regole fa legittimamente sorgere il dubbio che questa accelerazione serva a occultare l’eventuale extragettito che sarebbe dovuto emergere dall’assestamento di bilancio e che, secondo l’articolo 1, comma 4, della finanziaria 2008, doveva essere automaticamente destinato alla riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente mediante un incremento delle detrazioni. Al momento, infatti, non è chiaro se e in quale misura il DDL di assestamento, varato dal Consiglio dei ministri 10 giorni dopo la manovra, sconterà la manovra stessa.
Sempre in merito alle procedure, va, inoltre, ricordato che la sessione di bilancio ha regole ben precise, nei tempi e nei modi, sia sotto l’aspetto della legislazione che dei regolamenti parlamentari. In particolare:
1. Entro il 30 giugno deve essere presentato: il DPEF (che indica gli andamenti tendenziali e programmatici) e il DDL di assestamento di bilancio per l’anno in corso.
2. Entro il 30 settembre devono essere presentati il DDL di bilancio e contestualmente il DDL finanziaria, nonché la Relazione previsionale e programmatica e l’eventuale nota di aggiornamento al DPEF.
Il DPEF viene approvato dalle Camere mediante una risoluzione con cui si impegna il Governo sui saldi ed, eventualmente, sui contenuti della manovra. Non si tratta di indicazioni di carattere meramente programmatico, ma di decisioni vincolanti per la fase di bilancio che, di norma, è successiva. Paradossalmente, stavolta la tempistica viene invertita: è la manovra che anticipa e vincola il DPEF e non il contrario. È una grave violazione delle prerogative del Parlamento, cui la Costituzione attribuisce con l’articolo 81 una funzione di indirizzo e controllo in ordine alla destinazione e allocazione delle risorse pubbliche in relazione ai fini da perseguire nell’interesse della collettività.
Inoltre, a legislazione e regolamenti parlamentari vigenti, è quantomeno improbabile che la finanziaria che si approverà a fine dicembre possa effettivamente essere snella nei contenuti.

Si continua ad ignorare il problema del potere d’acquisto
Veniamo al merito. Ogni Governo segna nel primo DPEF un programma di politica economica di legislatura. Il primo DPEF di Tremonti - che, peraltro, ha già in passato dichiarato di non credere in questo strumento - è un documento apparentemente povero di reali contenuti programmatici ma in realtà, soprattutto se letto in parallelo al decreto-legge che anticipa la manovra, molto pieno di criticità.
La politica economica del Governo, illustrata dal DPEF 2009-2013, non è all’altezza dei problemi del Paese ed è controproducente ai fini dell’aggiustamento della finanza pubblica. Non affronta le due priorità di fronte a noi: l’anemia della produttività e la perdita di potere d’acquisto dei redditi da lavoro e pensione. Senza intervenire su tali nodi, le previsioni di pareggio di Bilancio Pubblico al 2011 rimarranno sulla carta. Anzi, si rischia di innescare un circolo vizioso tra misure pro cicliche (depressive) e minori entrate/maggiori spese per i bilanci pubblici.
L’assenza di interventi significativi per lo sviluppo e per il sostegno al potere d’acquisto delle famiglie è riflessa dalle previsioni sull’andamento della produttività e del Pil nell’arco temporale della legislatura (Tabella II.6): anche per l’ultimo anno della previsione (2013), l’aumento della produttività è inferiore all’1% e permane un significativo differenziale di crescita con i Paesi dell’area-euro. Nonostante flebili, tali dinamiche appaiono infondate. La dinamica del Pil poggia interamente sulla domanda interna. La domanda interna, però, non ha sostegni. Nel 2009, la crescita delle retribuzioni (assumendo come proxy il costo del lavoro) è prevista, in termini aggregati, sostanzialmente in linea con il deflatore dei consumi. Pertanto, non si aprono spazi, almeno per i redditi da lavoro, per contribuire all’aumento in termini reali della domanda.
Sull’andamento delle redditi da lavoro e, conseguentemente della domanda interna, pesa l’obiettivo di inflazione programmata. Il Governo ha indicato un’inflazione programmata dell’1,7% per l’anno in corso e del 1,5% dal 2009 in poi. L’inflazione programmata è uno dei numeri più importanti del DPEF. È uno strumento fondamentale di politica economica. Deve essere inferiore all’inflazione “tendenziale” perché deve piegare le aspettative. Deve essere, però, credibile. Alla sua credibilità concorre, ovviamente, la politica monetaria della BCE, dalla quale è in arrivo una stretta. Ma concorre anche il livello indicato: un obiettivo troppo basso diventa non credibile e, invece di favorire un compromesso ragionevole tra organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori, genera conflittualità, incertezze, ritardi nella negoziazione e, inevitabilmente, effetti negativi sugli investimenti e sui consumi. Di conseguenza, sul Pil e sui bilanci pubblici.
Per sostenere il potere d’acquisto dei redditi da lavoro e da pensione e risolvere l’impasse in cui ha costretto le parti sociali, il Governo dovrebbe fare due mosse: 1. portare l’inflazione programmata al 2%, livello massimo compatibile con il mandato della BCE; 2. innalzare le detrazioni fiscali sui redditi da lavoro e da pensione per un importo medio di 250 euro, corrispondente ad un punto di inflazione per un reddito di 25.000 euro all’anno. Con tale intervento, un obiettivo di inflazione al 2% non comprometterebbe il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Ne beneficerebbe la distribuzione dei redditi e la domanda interna, fonte unica della previsione di crescita per i prossimi anni, previsione altrimenti campata in aria. Come finanziare le maggiori detrazioni? Con il ripristino delle principali misure di contrasto all’evasione, la cui eliminazione viene correttamente scontata dagli uffici del MEF nella previsione del gettito da imposte indirette. Infatti, nonostante l’invarianza della dinamica dei consumi interni rispetto alla RUEF (+3,8%), nel DPEF le imposte indirette del 2008 sono stimate in calo rispetto al 2007, mentre la RUEF indicava una crescita in linea con l’andamento dei consumi interni. La differenza è circa 6,5 miliardi per il 2008, una differenza solo in parte spiegabile con la diversa combinazione tra dinamica reale dei consumi e delatore tra RUEF e DPEF.
La previsione di crescita, oltre che dell’inflazione programmata, risente delle misure presenti e di quelle assenti dai decreti legge precedenti e contestuali al DPEF. Sono presenti (primo Decreto del Governo Berlusconi) misure che vanificano il credito di imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno. Sono presenti misure di svuotamento dei Fondi per Industria 2015. Sono presenti tagli agli investimenti per le infrastrutture in Sicilia e Calabria per 2 miliardi di euro. Sono presenti (Decreto-Legge Finanziaria) tagli per 6 miliardi di euro (nel 2009) ad investimenti pubblici e al sostegno alle imprese. Sono presenti tagli rilevanti alla spesa degli enti territoriali con inevitabili conseguenze non solo e non tanto sugli sprechi e le inefficienze, ma anche sui servizi a garanzia di diritti sociali (dalle mense nelle scuole, agli asili nido, dai trasporti pubblici locali all’assistenza agli anziani non autosufficienti) e civili. Sono presenti le Robin Hood taxes che, al di la della propaganda, scaricano sui consumatori maggiori costi data la scarsissima concorrenza sui relativi mercati. Sono assenti, come ricordato, misure di sostegno ai redditi da lavoro e pensione, vera emergenza sociale, come evidenziato dai dati sull’andamento delle vendite al dettaglio, in particolare nel Mezzogiorno (-4% nell’ultimo anno).
In sintesi, il percorso di aggiustamento della finanza pubblica interviene in senso pro ciclico sugli investimenti e sulla domanda interna e, pertanto, è irrealistico.

Si aumenta la pressione fiscale e si riducono le spese per investimenti
Per quanto riguarda la finanza pubblica, la correzione 2009 avverrà attraverso un aumento della pressione fiscale e una riduzione delle spese in conto capitale. In particolare, la differenza programmatico-tendenziale nel 2009 dovrebbe avere la seguente composizione:
Maggiori entrate 6,534 miliardi (66,6%)
(Di cui: pressione fiscale e contributiva 6,295 miliardi)
Minore spesa corrente primaria 0,194 miliardi (2,0%)
Minore spesa in conto capitale 3,080 miliardi (31,4%)
TOTALE 9,808 miliardi
E’ esattamente il contrario di ciò che sarebbe necessario per rilanciare l’economia mediante un incremento della domanda ma anche il contrario di quanto promesso in campagna elettorale e propagandato nei primi provvedimenti.
Si aumenta la pressione fiscale, nonostante l’impegno di “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Si riduce solo marginalmente la spesa corrente primaria, nonostante i grandi risparmi dalla riforma della P.a. annunciati dal Ministro Brunetta. E si taglia la spesa per gli investimenti, nonostante l’enorme deficit infrastrutturale di cui soffre il Paese.
In sostanza, con le misure di abolizione dell’ICI (il cui onere ricadrà in buona parte sui comuni) e di detassazione degli straordinari (transitoria), sul merito delle quali abbiamo già detto, si esauriscono le promesse elettorali. Ma anche l'aggiustamento nel biennio 2010-2011 avverrà mantenendo la pressione fiscale al di sopra del quadro a legislazione vigente e con un contenimento delle spese in conto capitale.

Tendenziale Programmatico
2009 2010 2011 2009 2010 2011
Entrate correnti 46,2 46,3 46,3 46,6 46,7 46,7
Entrate tributarie 29,1 29,3 29,3 29,4 29,6 29,7
Entrate finali 46,5 46,7 46,6 46,9 47,1 47,0
Uscite correnti 45,0 44,8 44,7 44,9 44,4 43,8
Interessi passivi 5,1 5,1 5,1 5,1 5,0 5,0
Uscite c/capitale 4,1 4,0 3,9 3,9 3,7 3,3
Uscite complessive 49,1 48,7 48,6 48,9 48,0 47,1
Saldo corrente 1,2 1,5 1,6 1,2 2,4 2,8
Avanzo primario 2,5 3,0 3,1 3,1 4,0 4,9
Interessi 5,1 5,1 5,1 5,1 5,0 5,0
Indebitamento netto -2,6 -2,1 -2,0 -2,0 -1,0 -0,1
Pressione fiscale 42,6 42,8 42,8 43,0 43,2 43,1
Debito/PIL 103,2 101,9 100,4 102,7 100,4 97,2

In valori assoluti, la pressione fiscale aumenta di 6,5 miliardi nel 2009, 6,7 nel 2010 e 6,5 nel 2011.
Quindi, il Ministro Tremonti aumenta le imposte, ma dichiara, per ben due volte nel DPEF, di “non mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. L’aumento deriva per 4,5 miliardi da un aumento delle imposte dirette e fondarsi su una serie di interventi che il DPEF definisce, con discutibile sense of humour, di “perequazione fiscale”.
Quali sono questi interventi? La famosa Robin tax su banche e soprattutto produttori di energia, che, sulla base dei più elementari principi della teoria della traslazione delle imposte (domanda assolutamente rigida rispetto al prezzo) finirà per gravare in grande misura sulle famiglie, in barba all’esigenza primaria di aumentare il potere di acquisto in una fase stagnazione e di erosione salariale. Come spiegare altrimenti il 23% di aumento dei prezzi medi negoziati nella borsa elettrica nell’ultima settimana, oltre il doppio rispetto a quello che hanno prodotto le altre borse europee, che pure subiscono identiche tensioni congiunturali?
Sul tema del potere d’acquisto, poi, si parla nel DPEF di un fondo per l’acquisto di generi alimentari e il pagamento delle bollette elettriche, roba sconosciuta dai tempi della guerra.
In ogni caso poiché le varie Robin tax dovrebbero fornire maggiori entrate per 5,4 miliardi, ne deriva che, a meno che non si voglia credere che tali maggiori imposte possano provenire dall’”incrocio fra i dati previdenziali e fiscali degli immigrati” (e perché non degli italiani?), tali maggiori entrate non potranno che arrivare che da nuove imposte.
Sempre che non si voglia riconoscere l’esistenza di un “tesoretto” lasciato dal vecchio Governo e originato dall’aumento strutturale della propensione a comportamenti tributari corretti a seguito degli interventi messi in atto nell’ultimo biennio.
Ma va anche ricordato che, quando l’attuale maggioranza era all’opposizione, criticava ossessivamente gli aumenti della pressione fiscale del Governo Prodi. Tali aumenti sono imputabili, come noto, prevalentemente al recupero di risorse derivanti dalla lotta all’evasione e hanno consentito il risanamento della finanza pubblica. Non a caso lo stesso DPEF, nell’analizzare gli andamenti degli ultimi anni, riconosce che “L’indebitamento netto in rapporto al PIL, dopo aver raggiunto il 12,4 per cento nel 1985, ha cominciato a decrescere fino a raggiungere nell'anno 2000 il valore minimo (0,8 per cento). Successivamente il deficit ha ripreso a salire toccando il 3,4 per cento nel 2006, per poi collocarsi nel 2007 all’1,9 per cento del PIL” ma anche che “Dal 1998 l’avanzo primario ha cominciato a decrescere fino ad azzerarsi quasi completamente nell’anno 2005. Nel 2007 si è ricostituito un avanzo primario pari al 3,1 per cento del PIL”. Infine, sulle uscite si riconosce che “Dal 2001 l’incidenza delle uscite totali ha ripreso a salire fino a toccare nel 2006 il 49,3 per cento”. Tremonti ha, quindi, incassato un quadro sano di finanza pubblica nel 2001 e lo sperperato, tanto da far aprire una procedure di infrazione europea, chiusa a maggio grazie al risanamento operato del Governo Prodi. Da parte sua Tremonti si impegna oggi ad abbassare il peso della spesa esattamente di quanto lo aveva innalzato nella sua precedente gestione della finanza pubblica.
Rispetto al tendenziale, il Governo intende effettuare una correzione di circa 10 miliardi nel 2009. La composizione dell’aggiustamento è ancora più chiara se si tiene conto che nel 2009 si prevede un contenimento delle spese in conto capitale di circa 3 miliardi di euro. Gli investimenti fissi lordi scenderanno di circa 2,3 miliardi rispetto al quadro tendenziale, in un paese che presenta storicamente una carenza di infrastrutture.
Al contrario, le spese correnti diminuiranno nel 2009 di soli 194 milioni di euro.
In sostanza, i numeri rivelano andamenti esattamente opposti alla propaganda del Governo.

Si riducono i servizi e si deprime la crescita
Oltre a quelli relativi al non “mettere le mani nelle tasche dei cittadini con nuove tasse”, molti sono i dubbi sul “senza ridurre i servizi e le garanzie sociali essenziali”.
Secondo quanto indicato nel documento, l’azione correttiva si concentrerà principalmente sulla spesa pubblica, nella prospettiva di ridurla senza intaccare la quota di garanzia sociale. In particolare, oltre ai presunti risparmi di spesa per le Amministrazioni Centrali per un ammontare pari a circa 14,5 miliardi (di cui circa 5 miliardi nel 2009), il DPEF prevede misure specifiche, con un effetto di recupero pari nel triennio a circa 20 miliardi, che si concentreranno in particolare nei settori del pubblico impiego, della finanza decentrata (-9,2 miliardi nel triennio, di cui un terzo nel 2009), della sanità (3 miliardi complessivi dal 2010) e della previdenza. Considerato che molti dei servizi sono fornite dagli enti territoriali - già duramente colpiti dal provvedimento sull’ICI - risulta francamente difficile come questo possa non ridurre i servizi e le garanzie sociali essenziali.
Anche sul piano della crescita economica, il Governo dà una stima che va dallo 0,9% del prossimo anno all’1,5% del 2011 con una media nel triennio dell'1,2%. Se questo è l’obiettivo, ciò significa che il Governo è il primo ad essere consapevole di non agire a favore della crescita oppure che fa previsioni velleitarie sulla finanza pubblica. Con una crescita così bassa come potranno realizzarsi gli obiettivi di finanza pubblica, primo fra tutti il pareggio di bilancio nel 2011? Con tagli che non si realizzeranno oppure che, se realizzati, deprimeranno ancora la domanda interna? Non dimentichiamo, infatti, che ogni taglio di spesa innesca un circolo vizioso di ulteriore rallentamento della crescita, di una caduta del gettito tributario e di un conseguente restringimento degli spazi per le politiche di risanamento.
Come si pensa di rilanciare i consumi? Con la carità della carta per il cibo e le bollette? Con l’aumento del prezzo alla pompa dei carburanti o con l’aumento delle tariffe derivanti dalla Robin tax?
Insomma, siamo di fronte a una realtà che avevamo già vissuto tra il 2001 e il 2006 con il Governo Berlusconi. In quegli anni vi fu, con una testardaggine incomprensibile, il tentativo di incidere sul PIL in sede di programmazione economica. Ogni volta le previsioni sulla crescita del PIL venivano sistematicamente smentite l'anno dopo. Tra il 2001 e il 2006 restammo con una crescita contenuta tra lo 0,3 e lo 0,8 per cento mentre il Ministro dell'economia e delle finanze puntualmente ogni anno ci diceva che quello era l'anno buono: partì facendo previsioni di crescita al 3 per cento e chiuse mestamente nel 2006 con una previsione dell'1,2 per cento che venne smentita (la crescita fu dello 0,8 per cento).
Ora non si lavora più sul PIL, ma sull'inflazione. La novità di questo DPEF è l'intervento sull'inflazione. Ci viene detto che il Paese non avrà un'inflazione del 3,6 per cento ma dell'1,7% nel 2008 e dell’1,5%. Forse l'idea è quella di dire che intanto i contratti si rinnovano con un’inflazione programmata assurdamente sottostimata e poi, se in realtà l'inflazione effettiva è doppia, del 3,5 per cento, si chiederà agli italiani di farsi la doccia un giorno sì e un altro no, di mangiare un giorno sì e un altro no, di accendere il riscaldamento un giorno sì e un altro no?
Insomma, siamo di fronte a un DPEF che tradisce le promesse di riduzione della pressione fiscale fatte in campagna elettorale, deprime ulteriormente i consumi perché non prevede alcuna misura di aumento del reddito disponibile delle famiglie, riduce le spese per investimenti.
Queste sono, al contrario, le vere priorità del paese ed è su queste che fonderemo la nostra risoluzione parlamentare.

venerdì 11 luglio 2008

Ex cartiere ,lettera di Roberto Uboldi

Forse qualcuno si sarà chiesto il perchè del mio silenzio sul progetto delle ex-cartiere,il motivo è molto semplice...come si può giudicare un progetto di cui non si è vista alcuna carta,alcuna planimetria se non inni generici sul quotidiano?
Ho chiesto fin dal 9 di marzo(data della prima paginata dell'arena) di avere copia dei documenti...attendo ancora,il piano del traffico "validato" niente popo di meno che dal MIT americano....chiesto.....mai visto.Il parere degli uffici nostri sulle soluzioni viabilistiche?.......chiesti mai visti. La distinzione delle tipologie delle volumetrie........chieste.....mai viste.Quindi mi limito,per chi è interessato a alcune preliminari osservazioni:
1-Ogni volta che abbiamo tentato di chiudere il problema delle cartiere abbiamo assistito a paginate in cui si sosteneva ,giustamente, che il tema andava affrontato in modo organico al resto di verona sud....per questo l'abbiamo inserito nella più generale variante gabrielli......la giunta attuale lo scorpora...e il disegno d'assieme?Non importa va bene cosi.
2-Grattacieli da 80 e perchè no 100 metri, noi avevamo escluso espressamente altezze superiori ai 40 metri verona non è -almeno cosi la pensavamo-città per grattacieli e badate che 40 metri non son pochi...andate sotto le torri del saval per rendervi conto .Confondere la presunta modernità con il grattacielo non è un gran pensiero urbanistico,se poi pensate che grandi città come Parigi stanno pensando di rinunciarvi....
3-Siccome non è possibile autorizzare gli 80-100 metri a qualcuno si e qualcuno no ovviamente altri a verona sud chiederanno di farlo...e allora?
4-Il piano del traffico....aspettiamo di vederlo...si parla con facilità di nuove rotonde al cimitero,alla breccia dei capuccini,a Tombetta.....in parte ci aveva pensato anche Winkler-lo ricordate?-idea poi accantonata per la banale ragione che quando si segna la strada,o meglio si rifanno le striscie sulla circonvallazione si paralizza il traffico,hanno una vaga idea di cosa significa costruire una rotonda in quel luogo?
5-Quella di Tosi sembra essere l'urbanistica "emergenziale",c'è fortissimo degrado al lux?Pronta la variante con tre deroghe una sull'altra,C'è criminalità e degrado alle cartiere...pronti i grattacieli....i proprietari di immobili in disuso sono avvisati ,la ricetta per un futuro roseo è facile,basta smettere di vigilarli,lasciare porte e cancelli aperti.......e poi in nome dell'emergenza...........stà succedendo anche all'ex Tiberghien.
Queste 5 considerazioni ovviamente sono l'antipasto mi riprometo di ragguagliarvi più adeguatamente quando avrò visionato le mitiche carte....per il momente guardate un pò il caso,hanno deciso di adottare il piano l'ultima giunta di luglio,così casualmente i trenta giorni per le osservazioni coincideranno con il mese di agosto...un caso ovviamente.Ciao e buon caldo a tutti.

mercoledì 2 luglio 2008

Filo diretto camera dei deputati

Carissimi,




lunedì a Schio si sono riuniti i parlamentari veneti del partito democratico ed a Roma l'intero gruppo o parlamentare.




L'appuntamento regionale, fissato per le 10.00, è stato l'avvio di un ciclo di incontri che sarà mensile ed itinerante. I deputati della nostra regione si incontreranno una volta al mese per fare il punto della situazione ed elaborare strategie comuni per l'interesse del Veneto. Sarà anche il luogo per fare il punto dell situazione con gli amministratori e i membri locali del partito. Lo considero uno strumento utile per lavorare in sinergia con il territorio.

Infatti, già per il Documento di programmazione economico-finanziaria di Tremonti abbiamo deciso, come gruppo veneto, di elaborare degli emendamenti nell' interesse della nostra terra.

Nel pomeriggio sono volato a Roma per riunirmi alle 17.00 con l'intero gruppo parlamentare. L'incontro era presieduto da Walter Veltroni.

Vi riporto alcuni appunti:




Antonello Soro, capogruppo alla Camera, ha insistito sull'aspetto propagandistico della manovra economica. Le tasse non caleranno. Dobbiamo lavorare per far comprendere le nostre ragioni senza piegarci sulle posizioni di Di Pietro che alla lunga fanno il gioco del Cavaliere. La nostra proposta deve emergere senza avere il complesso di altre figure. L'obiettivo di Di Pietro è crescere dell 1%, il nostro di porci come autentica forza di governo.

La manovra economica manca di una strategia e non affronta i temi fondamentali: rilancio dell'economia, perdita del potere di acquisto di salari e pensioni.

Inoltre, il Governo non vuole riconoscere l'extra gettito che gli è stato lasciato.




Da molti interventi sono giunte perplessità sul modus operandi di Tremonti, che ha scritto la manovra in 9 giorni, ha impiegato 9 minuti per illustrarla al governo e la vorrebbe approvata in nove giorni.

Vi ricordo che è un disegno di legge di 90 articoli!







L'on. Corsini, già sindaco di Brescia, ha citato Bobbio, ricordando il pericolo di passare "dal Governo delle leggi al governo degli uomini", invitando a compiere una forte opposizione ed a giungere ad una chiara riconoscibilità organizzativa del partito.

Il percorso di opposizione deve diventare, secondo l'on. Corsini, fattore di identità politica per il nostro partito.



A tale proposito, con il Governo ombra, presenteremo le nostre proposte alternative a quelle del Governo.




Veltroni ha concluso parlando di un Paese "angosciato come non mai". Neanche nel periodo del terrorismo il Paese era così inerme e abbattuto, secondo il segretario.

Serve da parte del Pd una maggiore capacità di sentire l'ansia della nostra gente. Nessuno pensava si sarebbe arrivati a questo punto così in fretta: Rete4, caro-mutui, politiche migratorie, bufala dell'inflazione programmata all' 1,7%, tasse che non diminuiscono...

Questo Governo ha tagliato su scuola e sicurezza. Con la famosa Robin Hood Tax sono stati prelevato 5 milioni di euro ai "ricchi", ma solo il 5% di queste risorse è stato destinato ai "poveri"...e il resto?!

Per non parlare del caos Alitalia: hanno allontanato Air France, ma tutt'oggi non vi è alcuna proposta alternativa!

Anche sui bambini Rom non si sono risparmiate manovre spot: è eticamente inaccettabile etichettarli!

Ci sono 10 miliardi di euro in meno di investimenti per infrastrutture ed opere pubbliche; anche i temi sociali sembrano messi in un cassetto: dallo stato sociale si passa allo stato "compassionevole".







Cari amici, la luna di miele tra Bossi e Berlusconi sembra stia terminando. Tante le promesse fatte al Senatur, ma nei fatti sono le priorità del Cavaliere ad avere la meglio. Come al solito.




Siamo dentro ad un imbroglio mediatico gigantesco.



Cordiali Saluti



on. Giampaolo Fogliardi

Traforo Torricelle

ieri sera nella sala della Circoscrizione è stato presentato dall'assessore Corsi il progetto del Tunnel delle Torricelle .
Un'operazione di pura propaganda , senza lo straccio di un computo preventivo , senza un centesimo di copertura finanziaria , un progetto che chiunque , senza alcuna competenza specifica , potrebbe preparare : insomma pura propaganda !!!!!
L'immarcescibile Ing.Zanoni ha estrapolato qualche pezzo dallo studio di fattibilità dell'Ing:De Beaumont dell'Università Cattaneo , quello si preparato con professionalità su incarico della società Autostrade Serenissima, e ci ha propinato un riassunto in stile Bignami.
Abbiamo convenuto di organizzare, a settembre , una contro-presentazione che sarà supportata da materiale tecnico e dallo studio di seri professionisti.
Chi vuole partecipare alla preparazione è pregato di farsi avanti .

Buona estate

Lorenzo Dalai

martedì 1 luglio 2008

Parliamo di energia (di Federico Testa)

Lo scenario energetico italiano è segnato da molte fragilità ed è contraddistinto da consumi in forte aumento: in cinque anni, dal 2000 al 2005, secondo quanto rileva l'Istat, i consumi pro capite di energia elettrica sono aumentati del 5,5%, quelli di gas dell'8,9%. Abbiamo quindi un aumento dei consumi rilevante, nonostante gli indicatori di intensità energetica - ovvero di consumo di energia rispetto alla crescita - siano inferiori a quelli della media europea. Sotto questo profilo, quindi, siamo lievemente virtuosi. Il black out del settembre 2003 e le due emergenze gas del 2005 e del 2006 hanno comunque portato allo scoperto i ritardi, le contraddizioni, le mancate scelte del nostro paese. Dal confronto con i paesi industrializzati emerge l’anomalia italiana: siamo il paese occidentale che utilizza più gas, ma l’Italia è ormai povera di gas. I primi giacimenti sono andati esaurendosi e le scoperte più recenti non sono state sufficienti a bloccare il continuo declino della produzione interna: nel 1996 si estraevano ancora venti miliardi di mc., nel 2006 soltanto 10,9 milioni, che consentono di coprire solo il 12,5% dei consumi interni, a paragone del 40% di dieci anni prima. Come conseguenza dell’attuale situazione, l’Italia si trova ad avere:
• alti costi dell’energia: il sistema tariffario italiano è caratterizzato da prezzi inferiori alla media europea per le utenze domestiche, ma prezzi superiori per le utenze industriali a consumi elevati. I costi di energia elettrica per la nostra piccola-media industria nelle diverse classi di consumo da 50 MWh a 2 GWh (fascia che copre il 90% della piccola-media industria italiana), al lordo delle imposte sono più elevati della media europea del 20-46%. Il divario è anche maggiore se si considerano i prezzi al netto delle imposte;
• produzione di energia inquinante: con la firma del Protocollo di Kyoto l’Italia nel 1990 si impegnava ad una riduzione del 6,5% di queste emissioni nel periodo 2008 - 2012. Il Paese non solo non rispetta l’impegno ma il trend è crescente! Nel 2002 si è avuto un aumento delle emissioni dei principali gas serra di circa 9% rispetto al 1990, dovuto soprattutto ai sistemi di produzione dell’energia elettrica ed ai trasporti, rispetto ad una riduzione del 3% nel resto dell’Unione Europea (UE-15);
un sistema di approvvigionamento fragile: il sistema Italia è fortemente dipendente dal gas e dal petrolio, quindi per gli approvvigionamenti energetici dipende da pochi produttori: il nostro Paese dipende per circa due terzi dalle importazioni che provengono da due soli paesi, Russia e Algeria, entrambi consapevoli del loro crescente peso contrattuale sulla scena internazionale. La scarsa diversificazione dei fornitori e la mancanza di rigasificatori, che rende impossibile l’approvvigionamento da altri paesi (es. Indonesia, Arabia saudita, Iran), rendono estremamente fragile il sistema degli approvvigionamenti, con il rischio di intese che possono spingere al rialzo dei prezzi.
Lo scenario sopra tracciato in cui il nostro Paese si deve muovere non è sostenibile a lungo termine, occorre quindi fornire con urgenza una risposta alla domanda: cosa si può ipotizzare per il futuro? Data la situazione attuale appare chiaro che l’approccio alla questione energetica dal punto di vista delle fonti deve prevedere interventi diversi con diversa cadenza temporale. Nel breve-medio (5 anni) periodo occorre mettere in atto le azioni necessarie a prevenire, da un lato, situazioni di potenziale emergenza energetica e dall’altro a riorganizzare l’offerta a prezzi più concorrenziali per la nostra industria e per gli usi domestici. In tempi ragionevolmente brevi ciò può essere ottenuto solamente mediante un riequilibrio del mix energetico nazionale cercando di limitare l’uso delle fonti ad alta emissione di anidride carbonica, e di gas-serra in generale, contenendo nel contempo gli sprechi ed aumentando l’efficienza dei sistemi di produzione. In una prospettiva di medio-lungo (5-10 anni e oltre) termine occorre, invece, ridefinire in maniera sostanziale la struttura delle fonti di approvvigionamento energetico, attraverso piani pluriennali di sfruttamento delle fonti primarie, in maniera sostenibile e coerente con le reali disponibilità. In questo contesto vanno sicuramente riconsiderate il carbone ed il “nuovo nucleare”, senza trascurare nuove fonti primarie.


Prospettive di sviluppo nel breve e medio termine
Le azioni principali ed urgenti nella gestione del sistema energetico nazionale potrebbero essere:
• incentivare e supportare le politiche di uso razionale dell’energia e di risparmio energetico che possano condurre nel breve periodo a consistenti risparmi (sino a diversi punti percento del fabbisogno). In questo senso va proseguita l’opera avviata dal precedente Governo relativa alle politiche per l'efficienza energetica (nell’industria, nelle famiglie, nell’edilizia), strumento in grado di rallentare il costante aumento dei consumi di energia
• promuovere e incrementare la produzione energetica da fonte rinnovabile in special modo nei settori dell’eolico, del solare, delle biomasse, dei biocombustibili, del biogas che sono in generale meno sviluppati rispetto agli altri grandi paesi europei.
• in una situazione in cui si vogliono valorizzare le fonti rinnovabili e la microgenerazione, è del tutto evidente che occorre porsi il problema - anche con le regioni e gli enti locali - di come si possa riformulare il sistema complessivo della distribuzione. Quest'ultima non va più in un senso solo, da chi la produce alle case, alle aziende ed ai servizi. Ormai le famiglie e le imprese stesse possono produrre energia, il che significa che deve cambiare la concezione della rete di distribuzione.
• avviare una fase di diversificazione dei fornitori, in special modo nel settore del gas naturale, così da contrastare un’eventuale operazione di “cartello” che potrebbe portare ad un ingiustificato incremento dei prezzi e nuocere gravemente al settore produttivo del Paese. Potenziare le infrastrutture di rigassificazione, trasporto e stoccaggio il più rapidamente possibile, nell'ottica di aumentare gli afflussi di gas e superare le rigidità di accesso alla rete e il rischio di congestioni, potenziando per questa via la flessibilità del sistema;
• aumentare la concorrenza nell’approvvigionamento. L’Eni rimane l’operatore principale in tutte le attività della filiera ed in tutte le aree del Paese, non si sono sin qui sviluppati nuovi operatori di dimensioni e capacità operative adeguate ad un vero contesto concorrenziale ed i nuovi entranti solo in pochi casi hanno potuto godere di un accesso diretto, non intermediato, alla materia prima. E’ evidente che -e questa è la principale motivazione del limitato decollo dell’apertura del mercato del gas alle famiglie- se tutti i potenziali venditori finali finiscono per comprare sostanzialmente dallo stesso fornitore, i margini per agire sulla leva prezzo sono quanto mai ridotti;
• affrontare il tema degli assetti proprietari e funzionali relativi alle reti. L’argomento è noto: la rete è per definizione un monopolio naturale, per il quale non sussiste la convenienza economica alla replicabilità. Proprio per questo è essenziale assicurare l’effettiva terzietà ed imparzialità della gestione dell’infrastruttura (il c.d. levelled playing field) rispetto ai diversi operatori che, in forza dei processi di liberalizzazione, competono nel mercato. Questo non solo per garantire che non insorgano comportamenti lesivi del diritto di accesso, a parità di condizioni, all’infrastruttura in monopolio naturale, quanto anche per evitare che “comportamenti omissivi”, quali quelli di non favorire gli investimenti, ben più difficilmente verificabili, finiscano comunque per produrre il risultato di limitare lo sviluppo della concorrenza, che per consolidarsi ha bisogno che le infrastrutture di rete siano caratterizzate da capacità produttiva in eccesso, così che a nessun operatore possa essere “opposta” la delle infrastrutture. Il tema è certamente complesso, da più parti sono legittimamente stati sollevate preoccupazioni relative agli assetti proprietari dell’eventuale rete scorporata ed alla difficoltà ancora persistente a trovare soluzioni a livello di sistema europeo che garantiscano la presenza di pari condizioni per tutti gli operatori che si muovono sul mercato almeno continentale: aspetti problematici, certo, per i quali va individuata una soluzione, ma che a mio parere non possono far deflettere dal dare concreta effettività al principio della parità di accesso dei competitor alla rete

In una prospettiva di medio-lungo termine occorre, invece, ridefinire in maniera più sostanziale la struttura delle fonti di approvvigionamento energetico, attraverso piani pluriennali di sfruttamento delle fonti primarie, in maniera sostenibile e coerente con le reali disponibilità. In questo contesto vanno sicuramente riconsiderate il carbone ed il “nuovo nucleare”, ma senza trascurare nuove fonti primarie.
Il Nucleare opzione del nostro futuro?

Attualmente operano nel modo circa 440 reattori nucleari, per una potenza pari circa a 370 GWe, producendo il 15,2 % dell’energia elettrica mondiale, il 30,2% di quella europea (dati 2005). Questa percentuale è rimasta pressoché costante nell’ultimo decennio, ma si registra di recente un rinnovato interesse nei confronti di questa fonte energetica.
A testimonianza ne è il fatto che, ad oggi, a livello mondiale ci sono circa 30 reattori nucleari in costruzione, poco meno di 90 pianificati e oltre 200 annunciati. La crescita nucleare a breve termine resta concentrata in Asia ed Est Europa. Altrove i piani rimangono più contenuti, ma appare chiaro come l’impiego dell’energia nucleare si stia ripresentando quale seria opzione.
La quasi totalità degli impianti oggi in funzione è della cosiddetta seconda generazione e raffreddamento ad acqua. Si tratta di vari concetti di reattore, PWR, BWR, CANDU, etc., costruiti tra gli anni 1970 – 1980.
Sono già disponibili oggi reattori di terza generazione che migliorano sicurezza e competitività: sono, ad esempio, in corso di costruzione in Francia e in Finlandia centrali nucleari di tipo EPR (European Pressurized Reactor), sono pronti alla costruzione in USA e Cina sistemi tipo AP1000 e sono già stati costruiti in Giappone reattori ad acqua bollente tipo ABWR.
Miglioramenti di questa generazione di reattori sono in fase di studio (la cosiddetta generazione III+ o International Near Term Deployement (INTD) Reactors), che potranno costituire le scelte disponibili presumibilmente a partire dal 2010-2015.
I limiti più evidenti dei reattori di terza generazione sono ancora quelli della produzione delle scorie ed i rischi di proliferazione: scorie perché questa classe di reattori continua ad utilizzare in maniera insoddisfacente l’uranio naturale (ne usano solo l’1%) producendo al contempo rifiuti di lunga vita (plutonio ed attinidi minori) e sono proliferanti perché ricorrono alla tecnica di arricchimento dell’uranio.
Da qui la spinta propulsiva verso lo sviluppo dei sistemi cosiddetti di quarta generazione, che potranno definitivamente rispondere alle questioni ancora aperte con le attuali classi di reattori nucleari. Questi nuovi reattori, di cui si prevede lo spiegamento tra il 2025 e il 2030, ma probabilmente anche prima in presenza di un processo di intensificazione delle attività di sviluppo, sono tali da presentare caratteristiche migliori per lo sfruttamento del combustile, minimizzando la produzione di scorie a lunga vita, con particolare attenzione però alla economia nella produzione ed alla sicurezza nel funzionamento.
Gli impianti di quarta generazione, saranno, quindi, sicuri ed economici, sostenibili e meno proliferanti, quindi potrebbe essere di notevole interesse accelerare lo sviluppo tecnologico, attraverso programmi di ricerca mirati, al fine di anticiparne l’industrializzazione.
In questo quadro, a livello internazionale sono state lanciate negli ultimi anni una numerosa serie di iniziative a supporto dello sviluppo di reattori di quarta generazione fra cui si ricorda, di particolare rilevanza, l’iniziativa Generation IV, appunto, lanciata nel 2000 dall’ U.S. Department of Energy (DOE), l’ International Project on Innovative Reactors and Fuel Cycles (INPRO), il Global Nuclear Energy Programme (GNEP) e la Sustainable Nuclear Energy Technology Platform. L’Italia ha firmato i protocolli GNEP con il governo Prodi.
In parallelo sono state intraprese, segnatamente a livello europeo, anche rilevanti attività di ricerca e sviluppo che mirano specificatamente a rendere possibile una drastica riduzione dei rifiuti radioattivi a lunga vita mediante tecniche di separazione e trasmutazione (P&T - Partitioning and Transmutation), tra cui da ricordarsi sicuramente gli sforzi indirizzati allo sviluppo dei sistemi sottocritici pilotati da acceleratore (ADS) proposti dal Prof. Rubbia.
Dal punto di vista della produzione di energia da nucleare il quadro attuale del nostro Paese vede ENEL impegnata in numerosi progetti nucleari all’estero, in particolare in Repubblica Slovacca, dove ha acquisito il 66% del capitale di Slovenske Electrarne, in Sapgan con Endesa ed in Francia, dove ha siglato un accordo con EDF per l’acquisizione di una quota produttiva di 200 MWe del nuovo impianto nucleare di tipo EPR di Flamanville.
Al contempo, l’industria di settore è ancora coinvolta nella progettazione e realizzazione di impianti nucleari di seconda e terza generazione, nello sviluppo della quarta generazione e della “terza generazione modificata”.
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Se si assume, però, che l’Italia possa nel suo futuro porsi come attore internazionale nello sviluppo dell’ nucleare , producendo energia sul territorio nazionale in modo competitivo e con capacità industriali tali da farle intercettare una parte di mercato mondiale delle forniture necessarie per la realizzazione di impianti nucleari, sarà necessario porsi nella condizione di incrementare competenze e impegni, di modo da riavviare in modo coerente l’intero sistema dismesso oramai vent’anni fa.
E’ chiaro, infatti, che la ripartenza dell’Italia nel nucleare pone alcuni temi di base che occorre affrontare e la cui soluzione e sostenibilità economica non può essere garantita con la semplice costruzione di uno o più reattori di tecnologia esistente comprati chiavi in mano all’estero.
Considerata la complessità del tema nucleare appare inevitabile, difatti, adottare un approccio di tipo globale e sistematico che definisca puntualmente il cammino da percorrere, evidenzi criticità e complessità, permettendo di effettuare scelte ragionate e razionali.
Si tratta di porsi nelle condizioni di evidenziare le reali necessità in termini energetici del sistema Italia e di individuarne, mediante analisi di scenario e mercato, adeguate risposte, da perseguirsi grazie ad un appropriato rilancio ed un’azione sinergica di industria, mondo della ricerca e accademia.
Bisognerà ricreare tutte le competenze necessarie (con particolare attenzione al potenziamento del sistema della ricerca e al rilancio dell’industria di settore, di modo che possa gestire in modo competitivo ed efficace tutte le attività di propria competenza sul territorio nazionale e sia capace di esportare tecnologia e lavoro italiano all’estero), ricostituire un’efficiente autorità di sicurezza, adeguare opportunamente la rete elettrica, poter trattare in modo coerente le problematiche del ciclo del combustibile, con specifico riguardo alla scelta del sito per lo stoccaggio dei rifiuti (che dipenderà dalle scelte complessive in termini di reattori che si intendono installare, dalla volontà o meno di investire sui processi chiusura del ciclo del combustibile mediante processi di tramutazione delle scorie, sia in reattori del tipo ADS, sia aprendo poi la via ai reattori di quarta generazione), e così via.
Un corretto riposizionamento dell’Italia nel contesto nucleare non potrà, poi, prescindere dall’esistenza di un’adeguata rete di accordi internazionali, sia di tipo bilaterale, su precise aree tematiche, focalizzati su temi programmatici di attualità, che a carattere multilaterale, su azioni di più ampio respiro, che permettano di sviluppare sinergie e strategie comuni.
In questo quadro, la scelta di investire nella costruzione di reattori di terza generazione potrebbe acquisire una sua prospettiva strategica se vista quale elemento della ricostituzione dell’intero sistema nucleare, in preparazione all’inserimento dei reattori di quarta generazione.
Tutto ciò, peraltro, in una chiarezza di scenario che fornisca elementi tali da rendere economicamente accettabili investimenti estremamente elevati a fronte di forti elementi di incertezza sulla ricuperabilità economica di tali investimenti a fronte dell’ingresso in campo di nuove tecnologie a maggior livello di efficienza

Occorre, infine, osservare che l’adozione di un ottica di sistema è imprescindibile anche per garantire la competitività economica della scelta nucleare.
Si noti che la costruzione di un solo reattore di terza generazione o di due, per altro acquistati all’estro, potrebbe risultare economicamente sbagliato, oltre che socialmente non conveniente, mentre l’ obiettivo di coprire una quota di almeno il dieci per cento della potenza installata italiana potrebbe, invece, essere coerente con l’idea di un ritorno strategico al nucleare.
I costi del nucleare, infatti, sono pesantemente affetti da alcuni fattori quali l’entità dell’investimento (inteso come costo dell’investimento per MW istallato e gli interessi sul capitale investito), la vita utile dell’impianto ed il suo tempo di lavoro su base annua (fattore di utilizzo), i costi di esercizio e manutenzione, i costi del ciclo del combustibile, compresi quelli di fabbricazione e di smaltimento/riprocessamento dopo l’uso.
Si pone quindi il tema di necessarie forme di limitazione/socializzazione dei rischi, nonché ci si deve interrogare se il percorso che si intende intraprendere possa essere compatibile con il modello di mercato concepito con le direttive sulla liberalizzazione. È infatti probabile che i nuovi progetti nucleari possano porre un problema di finanziamento. Una strada per affrontarli potrebbe essere il ricorso al project financing che richiede però una chiara definizione delle responsabilità per garantire costi e ricavi. Ci devono essere contratti di lungo termine per la vendita di elettricità? Se sì, come si inseriscono nell’attuale contesto di mercato? L’AEEG può giocare un ruolo?
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Considerando che comunque è difficile fare una reale previsione dei costi finali dell’energia prodotta per via nucleare, sulla base di quanto detto appare tuttavia evidente che la produzione di energia elettrica per via nucleare risulta competitiva con quella derivante da altre fonti laddove esistano programmi nazionali di sistema basati, ad esempio, sull’uso di unità standard, tutte di uno stesso tipo, e dove il numero degli impianti consenta il raggiungimento dell’effetto scala.
Se un impianto nucleare viene fatto funzionare ad un fattore di utilizzo superiore a quello inizialmente previsto o per un tempo più lungo di quello pianificato, si può avere un sensibile ritorno economico.
In quest’ottica, quindi, parlare di un ritorno al nucleare,anche mediante la realizzazione di impianti di terza generazione sul territorio nazionale nel prossimo decennio, deve significare sostanzialmente :
 varare una scelta di prospettiva che impegni il paese verso lo sviluppo di sistemi nucleari, con specifico riferimento alla quarta generazione, puntando decisamente verso il “nuovo nucleare” per consolidare nel tempo l’opzione e dare un respiro strategico alla industria nazionale;
 ricostruire nel più breve tempo possibile un “sistema nucleare” in Italia (autorità di sicurezza, formazione, ricerca e sviluppo, capacità tecnologiche ed industriali) che si è depauperato dopo il referendum ma che è condizione necessaria per ogni ripartenza;
 affrontare con serietà il tema del trattatamento e del deposito delle scorie, sia quelle legate all’esercizio dei vecchi impianti, sia quelle legate all’ esercizio di eventuali nuovi reattori anche considerando la possibilità di ridurre la problematica mediante l’uso futuro di reattori di quarta generazione;
 affrontare il problema di rafforzamento e riadattamento della rete elettrica nazionale;
 identificare con chiarezza i soggetti nazionali che potranno essere chiamati alla gestione di impianti di questo tipo.

Queste condizioni dovrebbero essere soddisfatte perché la prospettiva del nucleare sa fissione in Italia non si limiti alla messa in funzione di alcune centrali acquisite chiavi in mano all’estero ma costituisca un vero investimento a lungo termine per il paese.